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Il sesto senso

Nonostante nel linguaggio comune "sesto senso" si riferisca a quella particolare capacità intuitiva che ci fa comprendere una situazione prima che essa si palesi, il sesto senso è una evidenza neurologica e non ha niente a che fare con la divinazione, l'intuizione e l'anticipazione.

 

Il Senso in più

Il sesto senso è la consapevolezza di avere un corpo, di abitarlo consapevolmente, di saperlo gestire nell'atteggiamento, nella postura, nel modo di stare nello spazio e di poterlo indirizzare con competenza all'esecuzione di una azione.

Oltre a vista, gusto, olfatto, udito e tatto noi siamo dotati della capacità di sentirci in un corpo, della consapevolezza di un embodiment
Questo "senso del corpo", collaborando con vista e apparato vestibolare, ci permette il movimento, le prassie, dalle più grossolane alle più fini, ed è la base "certa" della nostra consapevolezza di essere qui e ora. Questo senso si chiama propriocezione.
 
 
La propriocezione
 
Propriocezione, sensazione di me. Se non possedessi questo senso, mi troverei persa nello spazio. Il mio corpo sfuggirebbe a ogni controllo volontario. A occhi chiusi non saprei dove e in quale atteggiamento sono le mie mani, le mie gambe. Senza specchio non capirei se sto sorridendo o mandando un bacio.
Saremmo in una cecità corporea muta e senza riferimenti. In una situazione di angoscia insopportabile.
 
Nessuno dei nostri sensi lavora per così dire da solo. La nostra capacità di muoverci, di fare,  di conoscere il mondo è il risultato della integrazione della loro attività. La propriocezione è strettamente connessa alla vista e al vestibolo e quando uno dei tre non può lavorare appieno o è confuso dal sovraccarico sensoriale (una stanza buia, un giro in giostra ma anche una malattia neurologica) gli altri  superlavorano, integrando e compensando.
 
Nel buio più  completo, se devo camminare, cercare un oggetto nella borsetta, capire se vengo passivamente girata verso un lato, devo inevitabilmente far ricorso alla propriocezione per non sentirmi perduta. Perfino la stereognosia, cioè la capacità di cogliere dimensioni e forma di un oggetto tenuto in mano, è opera sua.
La capacità della propriocezione di integrarsi con altri sensi  non si limita a tronco, testa e arti, essa si estende anche a parte del canale alimentare e dell'apparato respiratorio. La possibilità di riconoscere un grano di pepe in un boccone, di individuarlo, separarlo e infine di sputarlo è infatti il risultato mirabile della collaborazione di propriocezione, tatto e gusto.
I miei piccoli pazienti che non masticano, che temono ogni novità nella dieta abituale, che si insalivano senza accorgersene hanno una bocca priva di un sesto senso che li guidi alla scoperta di ciò che in essa è contenuto e di farla percepire come un luogo sicuro, nel quale si può esplorare lo sconosciuto, apprezzarne la consistenza e infine il gusto.
 
Anche la mia capacità di parlare, di articolare i fonemi della mia lingua natale è dovuta a una raffinata propriocezione orale. Accedere al linguaggio parlato è il felice risultato della integrazione tra udito (ciò che sento), vista (ciò che vedo sul viso dell'altro mentre mi parla), propriocezione endorale e movimento.
 
 
Senza propriocezione non c'è movimento finalizzato
 
Senza propriocezione brancolerei nel buio di un corpo che sembrerebbe non appartenermi. Dovre ifar ricorso alla vista per ogni movimento volontario, controllando passo passo ogni azione, perderei gli automatismi posturali, imparando una lingua procedereiper tentativi ed errori fidandomi solo dell'udito. Per avere una minima percezione di me dovrei espormi al vento, affidando al tatto e alla sensazione termica ogni informazione.
 
Questo senso dell'embodiment, del possedere e dello sare in un corpo, tanto prezioso e così poco valutato è, come dice Oliver Sacks, l'ancora organica della identità corporea. E se, come insegna Freud, la base dell'Io è anzitutto l'Io corporeo, la propriocezione è fondamento della mia stessa identità.
 
Ecco allora che mi sembra chiaro perché molte tecniche di meditazione, che altro non sono che ricerca di un baricentro interno, fisico e psichico, partono proprio da percorsi autopercettivi finalizzati a ritrovare l'io corporeo, per arrivare a percepirsi come unità funzionale, integrata e integra.
 
 
Propriocezione e voce
 
A questo punto della riflessione è obbligatorio interrogarmi sulla voce.
La mia voce è l'espressione esterna del mio io interiore, emozioni e intenzioni comprese. Ma potrei produrla in modo così congruente con ciò che sono se non mi sentissi completamente nel mio corpo?
Sicuramente no.
La mia voce uscirebbe incontrollata, monotona, troppo grave o troppo acuta, perché, vocalizzando, non avrei nessuna capacità di gestirla nel suo prodursi, non potrei intervenire su quel delicato meccanismo che, mentre parlo, mi rassicura che colei che parla sono io, che ho nelle mani le redini di quella che altrimenti sarebbe una cavalla impazzita.
 
Mi interrogo ancora. Questo essere nel mio corpo per il prodursi "della voce che parla di me" si risolve nel sentire le sensazioni generate dall'apparato fonatorio (dal mantice al vocal tract) e nel mettere in atto prassie congruenti? basta cioè una propriocezione distrettuale?
La mia risposta è no.
La propriocezione del distretto non basta se non è integrata in un embodiment completo, se non percepisco l'unità di me, se non possiedo il mio corpo (possedere per abitare non per controllare!) nella sua interezza.
Solo così , nella piena padronanza del mio sesto senso io posso sentire la mia voce non come un prodotto ma come una espressione di me, di quell'io corporeo, fondamento dell'io individuale psichico, che la mia voce porta nel mondo.
 
 
Quindi.....
 
A questo punto mi appare sorprendentemente congruente tutto il cammino che ho fatto per approdare alla cura della voce e le tessere di esperienze passate si ricompongono in una immagine unitaria, che da ragazza coglievo solo per frammenti.
La pratica dello yoga, con il suo dominio del corpo negli asana.
La conquista del qui e ora attraverso la propriocezione del mio corpo, del suo stare e muoversi nello spazio.
L'accanita ricerca di unità condotta attraverso le pratiche di meditazione mediate dalla gestione del soffio.
Lo stesso studio della medicina con il mio fissarmi testardo sulla fisiologia, che onoravo come grande madre della cura.
L'insistenza con i miei pazienti (così ben intesa e riprodotta dai miei allievi sui loro) sul "percepire il corpo" per gestire la voce, sull'abitare lo spazio per ben vocalizzare. 
La certezza che la buona voce non è il "bel suono" ma la voce che, parlando di me, rimanda a una unità e armonia ritrovate.
 
Tutto questo mi appare ora giustificato.
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Esperienza e sapienza

Pur essendo spesso utilizzate congiunte per indicare ciò che è richiesto al medico, esperienza e sapienza sono parole molto lontane nel loro significato.

L'esperienza fa riferimento a una conoscenza dovuta all'esperire, cioè allo sperimentare secondo il principio di causa ed effetto. Sulla base delle esperienze si stabiliscono le evidenze e con la guida di esse in medicina si individuano i percorsi diagnostici e terapeutici corretti.

Una caratteristica della esperienza  è che per poter fruire dei suoi benefici non occorre sperimentare a nostra volta. Il frutto dell'esperienza e della evidenza che ne consegue è la formulazione di leggi (pensiamo a Newton e alla sua mela), cioè di rapporti certi tra un effetto e una causa. Leggi che possiamo utilizzare senza dover a nostra volta istruire una ricerca. In un certo senso le evidenze ci semplificano la vita.

In realtà però nella realtà bio-medica (e si è visto nella fisica), poiché la possibilità di sperimentazione è senza limiti, è sempre possibile che una nuova  esperienza vanifichi il valore della precedente ricerca, trovando contraddizioni a una legge data per certa o addirittura negandola e sostituendola con un'altra.

Un caso sintomatico di evidenza successivamente disconfermata è stato il riconoscere nella dieta mediterranea la ragione della longevità di una fascia di popolazione analizzata, salvo poi accorgersi che tale longevità non era legata al tipo di dieta (la variabile presa in considerazione nella ricerca della relazione causa-effetto) ma al tipo di religione praticata. La maggior durata della vita media era infatti dovuta alla pratica dei digiuni rituali, quindi a un criterio non di selezione del cibo ma di astensione.

Le evidenze in medicina devono essere continuamente sottoposte a un processo di validazione. In un certo senso le evidenze sono "a tempo".

Non solo evidenze

Il processo diagnostico e la scelta terapeutica, oltre alla conoscenza delle evidenze, necessitano però di una competenza in più.

Ciò che deve affiancarsi al rispetto delle linee guida è un altro tipo di esperienza, maturata nel tempo e patrimonio di ciascuno,  frutto della  storia personale, dell'attività clinica e della relazione umana avuta coi pazienti. Solo questa particolare forma di esperienza permette la nascita dell'empatia, cioè di quel porsi di fronte all'altro da persona a persona che permette di comprendere il vissuto di malattia del paziente, considerato all'interno della sua cultura, della sua etnia, della sua rete di legami e di affetti.

Ma anche questo non è sufficiente. Solo quando il medico coniuga la conoscenza delle evidenze e la capacità empatica con il sapere dell'umano nella sua accezione più vasta giunge alla sapienza, cioè a quella più profonda comprensione di se stesso che è la base della relazione di cura. 

Le evidenze sono alla portata di tutti, basta poter accedere alla letteratura, ma la sapienza clinica è frutto dell'avere vissuto e dell'aver colto la relazione col paziente come irripetibile occasione di conoscenza non solo della malattia e del malato ma di sé .

Per questo, da medici maturi, addirittura anziani, non coniugare evidenza e sapienza è comportarsi come un timoroso neolureato.

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Olistico o complesso?

Esiste una sostanziale ambiguità nell’uso quotidiano del termine  “olistico” .

Derivato dal termine greco όλος (intero, tutto, ogni), l’aggettivo indica lo stato di un ente quando questo non può essere identificato con la somma delle sue componenti  che, inevitabilmente, supera. In altre parole, se vogliamo utilizzare termini fisici, in un tale ente la somma di energia/lavoro/ prestazioni sviluppati dai singoli elementi risulta minore di quella dell’energia /lavoro/prestazioni sviluppati dal sistema considerato nella sua totalità.

Questo non significa che il sistema non sia scomponibile in costituenti elementari ma che l’esito della loro aggregazione non è identificabile con il “sistema” considerato come unità funzionale, in quanto questo è capace di sviluppare e mettere a frutto capacità che non erano predicibili dalla conoscenza dei costituenti.

La cucina, intesa come realizzazione di una ricetta, è un esempio calzante di olismo. Il risultato della combinazione non è prevedibile a partire dalla conoscenza dei singoli ingredienti e supera ciò che potremmo, assaggiandoli, immaginare derivare dalla loro aggregazione, andando a costituire una entità nuova che inevitabilmente ci sorprende.

In senso antropologico l’uomo, consederato come individuo, supera la semplice somma delle sue capacità e competenze, supera perfino la propria vicenda biografica. Rivolgersi all’umano obbliga a un pensiero olistico, suggerendo che  le componenti individuali (carattere, stato di salute, esperienze pregresse, capacità) diano vita tra loro a interazioni non lineari che si manifestano solo all’atto della loro messa in relazione nell’insieme.

Trovare in questo il germe dello stupore e della novità è utilissimo in senso clinico ed educativo.

Ogni soggetto, ogni paziente, ogni allievo supera nella sua unità la nostra immaginazione, obbligandoci ad avvicinarsi a lui ogni volta come a un territorio inesplorato.

Una deriva nella clinica di questo concetto, che pur permette di non limitarsi a considerare il malato nella evidenza isolata della patologia, è il pensare che anche l’agire in senso terapeutico possa seguire una strada olistica, con la somministrazione di un rimedio personalizzato ma identico per ogni sintomo, con l’applicazione di medicine alternative o non convenzionali, con il solo interesse alla sfera inconscia o alla sofferenza psichica.

Ciò che sfugge  è che olistico in medicina deve essere solo l’approccio metodologico del medico non la qualità della cura, perché la realtà biologica del paziente non è e non può essere olistica. Essa è complessa.

Per comprendere il concetto di complessità dobbiamo rifarci  al significato primitivamente dato all’aggettivo complesso.

Complesso è ciò che, per essere compreso, deve essere “abbracciato intorno”, cioè considerato prima in ogni sua parte e riconsiderato poi nel risultato delle relazioni reciproche tra esse.

E’ questo ciò che ci insegnano a fare nella nostra professione, costringendoci a conoscere organi e apparati. Ed è questo che viene fatto in vocologia artistica quando viene data al docente di canto una preparazione scientifica che possa affiancarsi alle competenze artistiche.

Come medico, come docente devo considerare l’interlocutore un tutto ma questo mi è possibile  solo dopo averlo conosciuto nella sua complessità.

In questo senso la scomposizione precede la sintesi e la molteplicità delle parti allude all’uno.

La prossimità etimologica tra gli aggettivi complesso e completo ci riporta inevitabilmente proprio a questa speranza di raggiungere una conoscenza saturata.

Rivolgerci in modo olistico all’altro non è un atteggiamento primitivo, da assumere a priori (magico in un certo senso) ma un derivato della conoscenza analitica che, proprio nello sforzo di abbracciare, chiude intorno al conosciuto il cerchio e, tutto considerando,  comprende il molteplice come unico.

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